La resistenza al fuoco delle case in legno

La resistenza al fuoco delle case in legno

Che sia per riscaldare l’ambiente con stufa o caminetto negli inverni più rigidi o per dare inizio a una calda grigliata estiva a base di barbecue, l’accensione di un fuoco ci richiama immediatamente il pensiero del legno, senza dubbio il più comune combustibile naturale utilizzato; così come le frequenti immagini degli incendi che funestano a più riprese il nostro pianeta alle più disparate latitudini ci mostrano immancabilmente foreste in fiamme e alberi ridotti in cenere. Sarà per questo che spesso si stenta a credere che le case costruite in legno sono particolarmente resistenti al fuoco: eppure si tratta di un fatto vero.

 

Reazione al fuoco e resistenza al fuoco del legno

Come già visto per le capacità antisismiche delle case in legno, è necessario sgomberare il campo da preconcetti e luoghi comuni. Il legno brucia, questo è innegabile. Infatti nessuno afferma che le case in legno siano ignifughe: in caso di incendio, anche un edificio passivo può prendere fuoco, esattamente come uno in edilizia tradizionale. Allora perché si dice che le case in legno resistono al fuoco?

Il comportamento al fuoco del materiale da costruzione si distingue in reazione al fuoco e resistenza al fuoco. La reazione al fuoco esprime il grado di partecipazione all’incendio. In poche parole, che si tratti di legno massiccio o di pannelli, il legno è un materiale incline a partecipare a un incendio in termini di infiammabilità, rapidità di propagazione delle fiamme, gocciolamento e presenza di incandescenze dopo lo spegnimento.

Diverso parametro è invece la resistenza al fuoco, vale a dire la capacità del legno di conservare in caso di incendio la sua resistenza meccanica, la tenuta e l’isolamento termico, totalmente o in parte. Per valutarlo, bisogna considerare che il processo di combustione del legno durante un incendio avviene secondo un senso – dalla superficie esposta alle fiamme verso l’interno del materiale – e una velocità (detta velocità di carbonizzazione) ben precisi. La velocità di carbonizzazione varia a seconda di fattori esterni (situazione ambientale, ventilazione) e del tipo di legno.

 

Cosa succede al legno che brucia

Di conseguenza, proprio in virtù della combustione e della sua velocità, una struttura in legno che brucia tende a presentare tre zone: uno strato carbonizzato più esterno, che è stato a diretto contatto con le fiamme; uno strato alterato, dello spessore di qualche millimetro, con temperature che raggiungono e superano i 300° C; e uno strato inalterato, la parte più interna del legno che non è interessata ai fenomeni delle altre zone ma subisce “solo” un aumento della temperatura fino a 100° C.

Le caratteristiche di resistenza meccanica del legno (stabilità, tenuta, isolamento termico) risultano compromesse nella zona carbonizzata. Nella zona di legno più interna, queste caratteristiche risultano pressoché inalterate: ciò significa che, in caso di incendio, soltanto la parte superficiale delle strutture in legno è interessata dai danni e dal deterioramento causati dal processo di combustione, fungendo da “scudo” a protezione della parte interna e quindi salvaguardando la funzione portante della struttura.

Diversamente dal legno, le strutture in acciaio e in calcestruzzo perdono le loro caratteristiche strutturali in caso di incendio. In particolare, pur avendo una bassa reazione al fuoco, questi materiali sono dotati di elevata conduttività e raggiungono rapidamente temperature molto elevate anche nella loro parte più interna. Questo fenomeno, una volta raggiunta la temperatura critica, porta generalmente al collasso della struttura: un’evenienza che, nelle case in legno, è davvero un’ipotesi molto remota.

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